Cari amici de l’Armonico ecco la seconda parte dell’articolo redatto per noi da Raffaele Guadagnin sulla sua esperienza con gli intonarumori. E se vi siete persi la prima parte, eccola qui! Buona lettura!

L’ESPERIENZA CON GLI INTONARUMORI

 

La mia esperienza nell’orchestra intonarumori è legata a un workshop organizzato dal conservatorio di Trento, un’esperienza che mi ha restituito durature amicizie… persino lo spunto per un bizzarro personaggio dei miei libri di racconti fantastici. Un’esperienza cominciata con un compromesso: partecipare l’avanguardia (di cui mi occupo nell’ambito della critica letteraria… ed ecco il proverbiale mare fra il “dire” e il “fare”) al prezzo di partecipare al fenomeno-concerto, che a mio giudizio si colloca in misura maggiore sul piano della legittimazione sociale rispetto al piano artistico. E d’altronde concordo senza riserve con la predilezione di Gould per la registrazione  (altrimenti non mi sarei dedicato alla composizione acusmatica) e similmente con l’istanza “dissacratoria” invocata da Benjamin. E in ogni caso per me il concerto al M.A.R.T. di Rovereto ha rappresentato il corollario di una laboriosa attività di studio, mentre il concerto al Radial System, una (responsabile) scampagnata berlinese in ottima, eterogenea compagnia. Eterogenea anche per formazione: un poliedrico sassofonista-percussionista, una pianista con impostazione cameristica, una violoncellista, un direttore di coro, studenti del corso di musica pop e una nutrita combriccola di compositori accomunati dalla curiosità e dal piglio ironico quando non da una predisposizione a una critica ragionata e al contempo semiseria.

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    L’IMPATTO

     

    L’impatto immediato con gli intonarumori suscita indubbiamente interesse (le atmosfere metropolitane ridestate da “Risveglio di una città” sono incredibilmente tangibili, e la “Pioggia nel pineto anti-dannunziana” ridimensiona l’oziosa spocchia del Vate), inducendo però a ipotizzare che gli strumenti russoliani siano piuttosto monocordi. Confrontandosi con il repertorio contemporaneo, forte di un secolo di sperimentazioni alle spalle, ci si accorge che gli intonarumori, al contrario, sanno superare gli intenti provocatori che spesso costituirono il limite del Futurismo stesso, arenatosi salvo sporadiche eccezioni (per esempio i quadri di Boccioni e alcune tavole parolibere) sull’elaborazione intellettuale di ingegnose, innovative forme artistiche – a dire che gli esiti infelici dipesero dall’oggettiva constatazione che molti futuristi, semplicemente, non furono all’altezza del Futurismo. Negletti, nel repertorio contemporaneo, appaiono ancora gli intonarumori elettrici. Il progetto di comporre un pezzo per voce recitata, ronzatore, scoppiatori e gorgogliatori nasce proprio dal riscontro di questa evidente subordinazione: la pressione sul pulsante (a condizione di non scambiarlo con un interruttore della luce!) consente un alternarsi di staccati e marcati che si accorda magnificamente con l’approccio percussivo indagato da Mike Patton nella sua “Kostnice” e da Luciano Chessa in “L’acoustique ivresse”, rispettivamente colpendo la cassa con le nocche e mediante il movimento delle leve senza produrre suono… o quantomeno intonare rumore. Inoltre un organico ridotto conferisce alla recitazione una funzione interlocutoria e non necessariamente solistica.

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      ANTI-ACCADEMICAL ELECTRIC PASQUINADE

       

      La composizione in questione si intitola “Anti-academical electric Pasquinade”, poiché la pasquinata è un atto satirico e il pezzo si configura come satira in una duplice accezione. Nella sezione centrale del brano, infatti, è prescritta la recitazione di un celeberrimo frammento del “Satyricon” di Petronio, decisamente anti-accademico (stando alle parole dello scrittore latino, nelle scuole gli alunni rimbecilliscono perché non affrontano “ciò che abbiamo sottomano”), e, secondariamente, la composizione omaggia l’ascoltatore con numerose soluzioni rumoristiche, dagli iniziali ritmi sconnessi e incalzanti dettati dal susseguirsi di colpi e cigolii ottenuti con il moto della leva, all’amalgama di fasce sonore che digrada adagio nella conclusione. Conclusione, prima che di un pezzo, di un lavoro di ricerca – e non solamente sullo strumento in sé. Resta soltanto una nota di rammarico (un rumore stonato?) nella splendida esperienza maturata con l’orchestra messa in scena da Luciano Chessa. Nessun fischio da parte del pubblico. Ed essere fischiati, lo insegna Marinetti, rimane pur sempre una voluttà.

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        Raffaele Guadagnin